mercoledì 4 febbraio 2015

Varoufakis va rencontrer Schäuble, dégel en vue entre Athènes et Berlin

(latribune.fr)

L'Allemagne et la Grèce vont enfin s'adresser la parole pour la première fois depuis l'élection d'Alexis Tsipras. Jusque-là, les deux pays se sont défiés par médias interposés. Les marchés semblent entrevoir un accord. Et ils exultent. La Grèce et l'Allemagne vont se parler! Après le froid jeté par l'élection à la tête de la Grèce d'Alexis Tsipras, grand pourfendeur de l'austérité en Europe, l'Allemagne, auto-proclamée gardienne de l'orthodoxie budgétaire, va finalement recevoir son ministre des Finances. Depuis dix jours donc, les deux pays s'invectivaient par médias interposés: les premiers réclamant une restructuration de la colossale dette d'Athènes (175% du PIB), tandis que les seconds jouaient la carte du refus et de la fermeté. L'Allemagne n'était pas au programme Avec son premier gouvernement, Alexis Tsipras, le leader du parti de la gauche radicale Syriza devenu Premier ministre, a organisé une série de rencontres avec les dirigeants européens. Il a ainsi annoncé qu'il rencontrerait François Hollande mercredi, après avoir fait une étape à Rome. De son côté, son ministre des Finances, Yanis Varoufakis, était en déplacement à Paris pour rencontrer Michel Sapin, ministre des Finances. Le programme ne comportait aucune escale en Allemagne, signe d'une méfiance réciproque. Samedi, Yanis Varoufakis a même tenté la surenchère en menaçant de refuser l'enveloppe de 7 milliards d'euros qui doit être prochainement versée par la Troïka à la Grèce, faisant ainsi courir un risque financier potentiellement explosif pour le pays, et donc pour la zone euro. Les marchés applaudissent déjà Mais il était impossible de ne pas envisager une rencontre au plus haut niveau pour les deux partenaires. Mardi après-midi, une rencontre a donc été annoncée entre les ministres des Finances des deux pays fâchés. Yanis Varoufakis rencontrera Wolfgang Schäuble jeudi à Berlin. Il a également annoncé qu'il rencontrerait à Francfort Mario Draghi, président de la Banque centrale européenne. Il semblerait que les discussions entre le nouveau gouvernement hellène et ses partenaires de l'Eurogroupe aient avancé au point que les marchés ont enflammé la Bourse d'Athènes qui s'est envolée de 11% ce mardi dans la perspective d'un accord. 

Ciclone Tsipras, occhio alle Borse: sì può anche guadagnare. Scopri come

(liberoquotidiano.it)

La netta vittoria di Alexis Tsipras alle elezioni in Grecia non ha scosso i mercati come in molti si aspettavano. Ma non è escluso che nelle prossime settimane, quando il primo ministro dovrà affrontare la Troika, le Borse possano risentirne pesantemente. Ecco allora che bisognerà stare molto attenti agli investimenti e magari anche riuscire a guadagnare qualcosa. Come? Claudio Barberis, responsabile asset allocation di MoneyFarm, sul Giornale consiglia di puntare ora sui titoli di Stato europei legati all'inflazione, i cosiddetti inflation linked bond. "Negli ultimi mesi", spiega, "questi titoli hanno registrato performance inferiori alla media di mercato, perché si ipotizzava un' inflazione a zero o, addirittura, la deflazione. Ma ora i prezzi al consumo potrebbero gradualmente ripartire e quindi questi titoli offrire interessanti extra-rendimenti senza rischi eccessivi". Un altro modo per strappare guadagni più rotondi rispetto a quelli vicini allo zero dei Bot, è rappresentato dai bond societari in euro, sia con il rating investment grade (cioè i più solidi) che high yield (meno affidabili ma con cedole più generose di circa tre punti percentuali rispetto ai titoli di Stato di uguale durata). Infine, una piccola quota del portafoglio (5%) può essere dedicata ai bond dei Paesi emergenti in valuta locale, in quanto queste potrebbero rivalutarsi sull' euro nei prossimi 6-12 mesi. Azioni - Gianluca Verzelli, vice direttore centrale di Banca Akros, consiglia di puntare soprattutto sulle azioni europee e sui settori difensivi di Wall Street, come il farmaceutico, l'alimentare e i trasporti. "Se l'economia europea dovesse poi dare segni di risveglio", dice al Giornale, "potrebbe essere interessante aumentare l'investimento sui settori ciclici", cioè quelli più direttamente legati all'andamento dell'economia. In pratica, comperare le azioni di società industriali, di costruzioni e media. Il passaggio dai bond alle azioni, avverte Verzelli, deve essere "graduale e ragionato, meglio se con l'aiuto di un esperto". Qe - In vista della svalutazione dell'euro rispetto alle principali valute estere prevista dal Qe, Claudio Barberis consiglia una diversificazione valutaria del 25-30% del portafoglio che dovrebbe essere composto dal 40% in azioni e per il 60% da bond. Quest' ultima parte del giardinetto dovrebbe poi essere impiegata "per il 30% in titoli governativi euro, per il 20% in corporate bond euro, per il 5% in high yield euro e per il restante 5% in bond dei mercati emergenti in valuta locale". Per chi vuole rischiare - Infine i consigli per chi è abile ed è disposto a correre il massimo rischio per guadagnare il più possibile. A loro gli esperti raccomandano i contratti future. Ennio Montagnani sul Giornale fa alcuni esempi: se l' obiettivo è la Borsa di Francoforte, che è ritenuta una di quelle che potrebbe apprezzarsi di più nei prossimi mesi grazie alla ripresa della zona euro e alla svalutazione della moneta unica, è possibile investire sul future Dax. Occorrono però almeno 18.750 euro (cioè il 7,5% del capitale nominale pari a 250 mila euro). Ovviamente, se si investe al rialzo e l' indice di riferimento scende si rischia di perdere anche tutto il capitale in una sola giornata. In aiuto agli investitori c' è, tuttavia, la possibilità di attivare uno stop loss, un meccanismo automatico che permette di fissare la perdita massima.

Forza Italia, gli ultimi traditori di Silvio Berlusconi: chi va con Matteo Renzi

(liberoquotidiano.it)

Il caso quirinalizio ha terremotato Forza Italia. E continua a terremotarla. Il punto è atteso tra poche ore, alle 11.30 a Palazzo Grazioli e alle 15, quando si terrà la riunione dei gruppi parlamentari. Due summit presieduti da Silvio Berlusconi. E dove potrebbe mutare profondamente la linea del partito, pronto a rompere definitivamente il Patto del Nazareno nonostante le (vaghe) rassicurazioni della vigilia. Ma il Cav punta il dito anche contro il suo stesso partito, poiché profondamente insoddisfatto per la gestione della corsa al Colle e dell'elezione di Sergio Mattarella. Il duro scontro - Scricchiola, Forza Italia. Come scricchiolano i big, gli esponenti storici e di spicco. Nel pomeriggio di martedì, dopo l'insediamento di Mattarella, c'è stato un vertice in cui Silvio avrebbe insistito sulla sua volontà di "rottamare" il Patto del Nazareno. Di parere opposto Denis Verdini, del quale successivamente il Cav ha detto: "Mai dubitato della sua fedeltà. Denis è sempre leale nei miei confronti e sono sicuro che lo sarà nei miei confronti". Nel frattempo continuano le pressioni di Raffaele Fitto, che continua a ripetere che "bisogna azzerare tutto". Gli azzurri, insomma, sono una polveriera. Campagna acquisti - Ma non è tutto. A spingere Silvio al cambio di linea sul patto del Nazareno c'è anche una pesante indiscrezione arrivata all'orecchio del leader di Forza Italia: il premier Matteo Renzi starebbe preparando un nuovo gruppo parlamentare che potrebbe chiamarsi "Insieme per il 2018", nel quale vorrebbe far confluire transfughi grillini, l'Ncd filo-governativo e, soprattutto, qualche esponente di Forza Italia. Insomma Renzi avrebbe iniziato la sua campagna acquisti tra le fila azzurre. Una voce che ha letteralmente fatto infuriare Berlusconi: dopo il tradimento sul Colle, infatti, Matteo vorrebbe far tradire anche alcuni suoi parlamentari. Troppo, per proseguire col Patto. Il dialogo con Renzi, ora, sarebbe a forte rischio.

Con Mattarella avremo un fantasma al Quirinale

(liberoquotidiano.it)

È bastato che Matteo Renzi lo indicasse come candidato unico del Pd alla carica di presidente della Repubblica perché Sergio Mattarella fosse dichiarato Santo subito. Commoventi i ritratti pubblicati dai quotidiani ieri mattina, in particolare quello di Repubblica. Il giornale debenedettiano pur avendo sempre sponsorizzato l'elezione di Giuliano Amato, all'idea di un Mattarella sul Colle è andato letteralmente in visibilio, descrivendo l'ex ministro dell'istruzione del governo Andreotti come un valente statista, un uomo dalla schiena dritta, capace di rinunciare alla poltrona pur di difendere la dignità della Costituzione e delle Istituzioni. Una perla di servitore dello Stato che però, inspiegabilmente fino a ieri e per parecchi anni era stato dimenticato in soffitta, nominato infine giudice costituzionale. Nonostante l'oblìo cui era stato condannato, Mattarella per la testata diretta da Ezio Mauro ha un merito non secondario: essersi opposto nel lontano 27 luglio del 1990, in piena epoca del Caf, a una legge che favoriva le tv di Berlusconi. Una medaglia appuntata sul petto, dimenticata da tempo ma riscoperta per l'occasione. Un martire dello strapotere di Arcore, da mandare subito al Quirinale come risarcimento per il martirio.

Maurizio Belpietro

Gay, rock e comunisti: il Mattarella pensiero

(liberoquotidiano.it)

Più a suo agio quando deve scrivere leggi e ragionare in politichese che nel fare polemica, malgrado i tantissimi incarichi pubblici ricoperti Sergio Mattarella non ha lasciato grandi tracce nel dibattito quotidiano dal 1983 (anno in cui entrò in Parlamento) ad oggi. Della antipatia per Silvio Berlusconi si sa già tutto; dagli altri suoi (rari) interventi è possibile fare una mappa delle idee del probabile nuovo Capo dello Stato. Tra Madonna e Cicciolina - Estate, stagione di concerti. L’evento canoro di quella del 1990 è il tour di Madonna. La Conferenza episcopale insorge contro la cantante, messa all’indice per «lo scarso contenuto artistico e la volgarità nel mescolare sacro e profano». Al fianco dei vescovi si schiera l’allora ministro dell’Istruzione del sesto governo Andreotti: il democristiano Mattarella. Gli risponde la deputata radicale Ilona Staller: «Si preoccupi dell’educazione sessuale nelle scuole anziché del carattere educativo dei concerti rock». Tendenza Scalfaro - Il settennato che il Cavaliere ritiene il peggiore di tutti è per Mattarella il modello cui ispirarsi. Nel 1998, quando il mandato di Oscar Luigi Scalfaro si avvicinava alla scadenza e mezza Italia contava i giorni che mancavano all’addio, Mattarella insisteva: «Rieleggiamo Scalfaro al Quirinale». Quella volta nessuno lo prese sul serio. Le gioie del trattino - Il grande argomento che scuote l’alleanza di governo nell’estate del 1999 è il trattino. E qui Mattarella è un esperto. «Mi fa vedere come ha scritto “centrosinistra”?» fa al giornalista di Repubblica che lo intervista. «Senza trattino? No, guardi, così non va bene: così perdiamo... Scriva “centro-trattino-sinistra”: rende meglio l’idea di un’alleanza tra due soggetti diversi». (Ovviamente le elezioni le vinse Berlusconi). Comunisti sì, radicali no - Nel febbraio del 2005 fervono le trattative dell’Unione per allargare l’alleanza ai radicali. Mattarella è contrario: «Sono convinto che l’accordo con i radicali ci farebbe perdere consistenti fasce del nostro elettorato», sbotta. Perché Armando Cossutta sì e Marco Pannella no? «Con gli alleati dell’Unione vi è in comune il valore della solidarietà», risponde. «Condividiamo il rifiuto dell’individualismo esasperato nell’economia e nella vita sociale. Non è così con i radicali». Con i gay e con la Bindi - Il 2006 è l’anno dei Pacs, le unioni civili (anche) tra gay proposte dal centrosinistra. Mattarella si tiene alla larga dalle polemiche; Rosy Bindi, ministro della Famiglia, no. In un’intervista al Corriere difende i Pacs e sostiene che quelli delle coppie omosessuali sono «diritti da garantire». Si scatena il pandemonio, ma Mattarella accorre in difesa della sua amica: quella intervista, dice, è «equilibrata ed ineccepibile, cristianamente ispirata».

Fausto Carioti

Claudio Martelli: "Sergio Mattarella non è un santo e vi dico perché...."

(liberoquotidiano.it)

Durissimo il giudizio di Claudio Martelli sul nuovo presidente della Repubblica. Martelli era ministro della giustizia nel governo Andreotti. "Mattarella non è tra i morti che hanno combattuto la mafia a viso aperto e non può essere paragonato a chi è caduto mentre era in guerra con le cosche". Un comportamento "intollerabile, chi lo manifesta non è degno di ricoprire l' ufficio di ministro della Giustizia", fu la replica della vedova Mattarella. Una polemica vecchia, su cui in un'intervista al Fatto Quotidiano interviene Martelli: "Intervenni dopo a pochi giorni dall' omicidio Lima, perché nella Dc si stava facendo spazio questa sorta di accostamento poco giudizioso tra la morte di Salvo Lima e le altre vittime della mafia. Non vi fu nessuna aggressione alla memoria di Piersanti né alla famiglia. Mi concentrai su una distinzione netta tra Piersanti Mattarella e La Torre. Il primo aveva combattuto la mafia contrastando il sistema di potere all' interno del suo partito, Lima, Gioia, Ciancimino, e per questo forse fu ucciso. La Torre, no, la sua fu una battaglia dura, netta, contro Cosa nostra e i suoi legami politici". Il giornalista del Fatto ricorda come Martelli "tirò in ballo la figura di Mattarella padre, Bernardo, definendolo il leader politico che traghettò la mafia siciliana dal separatismo, alla Dc, e Sergio Mattarella definitì il suo livello come miserabile". Il giudizio critico - La replica di Martelli è immediata: "Non mi sono mai inventato accuse nei confronti di Bernardo Mattarella. Le cose che dissi all' epoca le presi dalla relazione di minoranza presentata dal Pci in Antimafia e firmata da Pio La Torre". Ma il giudizio dell'ex ministro della Giustizia su Mattarella, è ancora dopo tanti anni tranchant: " È un uomo che merita rispetto. Quella foto del 6 gennaio 1980 è l' immagine di un dolore indicibile, instancabile, che non passa mai. È una sorta di battesimo, una vocazione originaria. Ma la santificazione no, non mi piace. Aspettiamo. Sergio Mattarella è stato un uomo di partito, di corrente, di polemiche aspre. È stato l' uomo che all' indomani del ribaltone che defenestra Romano Prodi diventa il vicepresidente del Consiglio con D' Alema. E anche quelle dimissioni dal governo sulla legge Mammì, aspetterei a leggerle come una scelta ideale, diciamo che furono ordini di corrente ai quali Mattarella e altri ministri ubbidirono. Il pronostico - Quando il giornalista Enrico Fierro gli chiede che cosa succederà con Mattarella Presidente della Repubblica, lui risponde: "Leggo tante cose, c' è chi lo vuole capace di resistere a Renzi, chi invece lo vede legatissimo al premier. Renzi è stato abile, si è coperto a sinistra con Vendola e ha costruito una maggioranza preventiva sul nome di Mattarella stringendo Alfano in un angolo. C' è una forte tendenza al partito unico, un grande partito di centro che assorbe la sinistra, ne contiene un' ala. Così si chiude la strada ad ogni alternativa e si costringe la destra ad estremizzarsi".


Mattarellum? Mai per Mattarella, che per sé scelse il salvagente del Porcellum

(liberoquotidiano.it)

C’è un solo uomo politico che corse in tutte e tre le competizioni elettorali che in Italia si sono tenute con il Mattarellum, e tutte e tre le volte peferì essere candidato con la stessa tecnica e logica del Porcellum. Quel politico si chiama Sergio Mattarella, l’uomo che scrisse quella legge maggioritaria di cui mai provò l’ebrezza. Si candidò infatti sia nel 1994, che nel 1996 e nel 2001, ma non osò chiedere agli elettori di votarlo in competizione con altri. In tutti e tre i casi fu paracadutato dal leader del suo partito in quella quota proporzionale in circoscrizioni dove la sua elezione sarebbe stata garantita. Accadde in Sicilia 1 nel 1994 e nel 1996, e in Trentino nel 2001 dove Mattarella fu paracadutato fra mille proteste dei dirigenti locali del suo partito, scandalizzati per l’imposizione da Roma di un candidato siciliano nel profondo Nord Est. In pratica il nuovo presidente della Repubblica non ha mai provato la sua legge, ed è stato eletto sempre con la logica del Porcellum (il leader del tuo partito ti catapulta in un posto dove vieni eletto automaticamente senza essere scelto dai tuoi cittadini). Dribblate le insidie del Mattarellum, Mattarella ha provato poi direttamente il Porcellum, con cui è stato eletto anche nel 2006 nominato in lista e imposto agli elettori dai dirigenti della Margherita. Certo che la riconoscenza non è di questo mondo. Dopo averne aprofittato ben 4 elezioni, ed essere stato in Parlamento da “nominato” per ben 14 anni, una volta arrivato alla Consulta lo stesso Mattarella ha bocciato la filosofia dei “nominati”, spalancando la porta all’Italicum di Matteo Renzi che li nomina di nuovo.

Franco Bechis 

Sergio Mattarella, il moralista con lo scheletro nell'armadio

(liberoquotidiano.it)

L’eventuale ascesa di Sergio Mattarella al Quirinale ci ridarà un quaresimalista dello stampo di Oscar Luigi Scalfaro. Mattarella è pio, schivo, incapace di sorriso. Sul Colle lo vogliono i democristiani del Pd. In prima linea, Rosy Bindi che con lui, negli anni di Tangentopoli, liquidò in un amen la Dc, forzando la mano al mogio segretario, Mino Martinazzoli. Ne derivò il Ppi, che nacque esangue, morì in fasce e fu sepolto senza lasciare traccia. Questa fragranza di crisantemi inquadra perfettamente il giro di Mattarella. È quello dei «basisti», variante della Dc di sinistra (l’altra era morotea), il più noto dei quali è l’irpino, Ciriaco De Mita. L’anima della stirpe fu però lombarda. Capostipite era il senatore bresciano Franco Salvi, ormai defunto. Costui indossava il cilicio, era cupo ed ebbe il soprannome di «2 novembre». Salvi clonò un gruppo di identici a lui: l’on. Pietro Padula, detto «bonjour tristesse», il sen. Martinazzoli noto come «cipresso», l’on Tarcisio Gitti, soprannominato «cripta». Di tutti si è persa la memoria. Questi sono gli antenati spirituali del settantatreenne Mattarella, reperto di un mondo scomparso. Va detto a onore di Sergio – chiamato Sergiuzzo nella sua infanzia palermitana – di avere capito quasi per tempo che la politica del Duemila non era più per lui. Nel 2008 se ne andò dal Parlamento per usura, essendoci entrato nel 1983. Durante le sette legislature fu prima dc, poi Margherita, infine pd. È stato più volte ministro – nei governi Goria, De Mita e Andreotti alla fine degli anni ’80 – e addirittura vicepresidente del Consiglio con il D’Alema I (1998-1999). Il suo maggiore exploit fu l’invenzione del Mattarellum, dal suo nome latinizzato per burla dall’indignato politologo Giovanni Sartori. È il sistema elettorale – parte maggioritario (70 per cento), parte proporzionale (30), con sbarramento al 4 per cento – che incarna il tipico modo dc di conciliare gli opposti con un colpo al cerchio e uno alla botte. Il meccanismo fu paragonato all’ornitorinco, mammifero australiano col becco d’anatra, mani di scimmia, coda di foca. Col Mattarellum si votò tre volte, nel 1994, 1996 e 2001, con vittorie ripartite tra destra (due) e sinistra. Messo alla prova, il sistema se la cavò. Tanto che oggi, paragonato al Porcellum di Roberto Calderoli che lo sostituì, è perfino rimpianto. Lasciato il Parlamento, Sergiuzzo dimostrò di non essere il tipo che resta appiedato senza una poltrona. Entrò subito nel Cpga, il Csm dei giudici amministrativi, incarico di nicchia, come si usa dire, ma discretamente remunerato. Poi, puntò direttamente alla Corte Costituzionale che è la più bella poltrona che ci sia. Dura nove anni, più di ogni alta carica; sei rispettato come un dio, pagato come un principe, intoccabile come un re, in un vorticare di auto blu, autisti, segretari e privilegi vari. La nomina è stata però laboriosa. Candidato dal Pd, fu eletto il 6 ottobre 2011 dal Parlamento in seduta comune. Avrebbe dovuta farcela alla prima votazione perché c’era l’accordo col Berlusca. Ma si misero di traverso, radicali, Idv e un pezzo del Pd che voleva Luciano Violante, cioè un comunista vero invece di un ex dc. Bisognò così attendere la quarta votazione, in cui basta la maggioranza semplice. Essendo però incerti i numeri, il Pd, per sicurezza, precettò perfino una puerpera di appena due giorni, ordinandole la tassativa presenza in Aula. La ragazza, allora ancora ignota ai più, era Marianna Madia. La scheda della fatina fu quella decisiva per l’elezione. Mattarella ebbe giusto 572 voti, uno più del quorum. Il volo di Sergiuzzo cominciò il giorno in cui Piersanti, suo fratello maggiore e presidente della Regione Sicilia, fu assassinato dalla mafia. Era il sei gennaio del 1980 e l’attentato avvenne di fronte allo studio dei Mattarella in via Libertà a Palermo. Sergio, che aveva assistito impietrito all’omicidio, soccorse il fratello che morì tra le sue braccia in ospedale. In quell’istante decise di raccogliere il testimone e continuare la tradizione politica cominciata col padre Bernardo, moroteo, più volte ministro nel dopoguerra, gran notabile che convisse senza urti con la mafia. Contrariamente a Piersanti che, infatti, ne fu ucciso e di Sergiuzzo che dell’antimafiosità ha fatto il suo vessillo corredandola di altre virtù: moralità politica, trasparenza, severità dei costumi. Il segretario dc, De Mita, lo prese sotto la propria ala e gli spianò una carriera coi fiocchi che, da allora, antepose all’insegnamento del Diritto Parlamentare nell’Università di Palermo. Nel 1983, come sappiamo, divenne deputato e l’anno dopo fu per tre anni il plenipotenziario demitiano in Sicilia. In questa veste, inventò la figura di Leoluca Orlando facendolo sindaco di Palermo. Ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Leoluca era ancora un placido dc ma la promozione gli dette al cervello. Divenne un compulsivo antimafioso e il prototipo di chi su questo imbastisce la carriera, finendo per accusare di connivenza perfino Giovanni Falcone. Con gli anni ’90, comincia per Sergiuzzo la lunga marcia contro il Cav. Fu, anzi, un antemarcia poiché lo combatté prima ancora che entrasse in politica. Ministro dell’Istruzione di Andreotti, si dimise nell’istante stesso in cui il Parlamento approvò (luglio ’90) la Legge Mammì che manteneva le tre reti delle tv Fininvest, anziché ridurle a una come desiderava De Mita. Con lui, abbandonarono il governo Fracanzani, Misasi, Mannino e Martinazzoli, seguaci dell’irpino. Quando poi, nel ’94, il Cav scese in campo, Sergiuzzo s’incattivì in quel modo cattolico, come la Bindi e Scalfaro, che non lascia scampo: con la totale consacrazione della propria vita alla distruzione del nemico. Nel ’95 ruppe con Rocco Buttiglione che, da segretario, voleva portare il Ppi nell’orbita del centrodestra e lo irrise come «el general golpista Roquito Buttillone». Negli anni in cui il Berlusca governò, definì «indecenti» le sue leggi affermando che i «ministri vanno in Parlamento solo quando c’è da votare leggi a favore del premier». Ebbe poi un travaso di bile il giorno in cui Fi entrò nel Ppe, sembrandogli sacrilego che lui della Margherita dovesse stare sotto lo stesso tetto. «È un incubo irrazionale», affermò, come se ci fossero incubi razionali. Brigò al punto che la sinistra dc uscì dal Ppe per non infettarsi. Inutile dire che tanto livore non è il migliore lasciapassare per il Quirinale. Per concludere, Mattarella è un moralista. Come spesso accade con costoro, anche lui è inciampato. Negli anni ’90, fu rinviato a giudizio per finanziamento illecito, accusato dall’imprenditore siciliano Filippo Salamone di avere intascato cinquanta milioni di lire, più buoni benzina. Sergiuzzo giurò: «Il contributo non è mai esistito». Era falso. Messo alle strette, ammise la benzina, non i soldi. Se la cavò per il rotto della cuffia: l’imprenditore non fu creduto e i buoni, per un valore di tre milioni, furono giudicati veniali. Assolto. Ma la bugia resta e per il Colle pesa.

di Giancarlo Perna